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Isole Tuamotu

Isole Tuamotu

  • Data: 27/08/2016
  • Luogo: Fakarava
  • Miglia Percorse: 13009

Vi scrivo da Raiatea una delle isole di Sottovento delle Isole della Società nella Polinesia Francese in centro Pacifico, per aggiornare il mio “Diario di bordo”.
La navigazione, il continuo cambio di equiPeggio, i luoghi magici che ho attraversato e soprattutto la pigrizia mi hanno distratto dal mio impegno ed ora mettendo insieme i vari appunti presi durante la navigazione vi descrivo il navigare che mi ha portato dalle isole Marchesi agli atolli delle Tuamotu.

Alla fonda nell'atollo di Ahe

Alla fonda nell’atollo di Ahe

TUAMOTU Luglio 2016

Con il nuovo equipeggio tutto composto da amici di Modena: Vittorio e Mariangela, Gigi e Roberta dopo aver un po girovagato per le Marchesi salpiamo dalla baia di Hakahetau a Ua Pou, la più occidentale delle isole, nella tarda mattinata confortati dalle previsioni meteo che danno un vento portante dai 10 ai 15 nodi da Est Sud Est , ci aspettano 650 miglia di oceano come sempre con prua ad Ovest, prima di raggiungere il più vicino atollo delle Tuamotu: Ahe, dove contiamo di atterrare, la navigazione inizialmente procede come da previsione meteo a vele spiegate al lasco ma col sopraggiungere della notte il vento prima cala e poi cessa ineluttabilmente di soffiare, quindi proseguiamo per quasi due giorni a motore con un oceano stranamente sopito, piatto e lucido, il morale a bordo è ottimo anche se il vento latita, di notte ci alterniamo con turni di 2 ore mentre il resto della giornata trascorre giocando a carte, leggendo, oziando al sole ed ammirando i suggestivi tramonti

Tramonto a Fakarava

Tramonto a Fakarava

che solo a queste latitudini ci è dato di vedere, anche Gigi, che ha contratto una infezione alle gambe causata probabilmente da punture di zanzare o altro subite durante una escursione alle cascate Vaipo a Nuku Iva nelle Marchesi, reagisce stoicamente e partecipa con entusiasmo a tutte le attività della barca.
Finalmente il terzo giorno arriva il sospirato vento, purtroppo accompagnato da groppi e piovaschi continui, falsando la direzione prevista dal meteo e derivando da Sud, la navigazione che aveva preso un ritmo rilassato si trasforma in una navigazione disagevole con onde di oltre 2 metri che investono le prue di Sanganeb facendolo come al solito scricchiolare e sobbalzare, così tutto diventa più gravoso: cucinare, leggere, dormire e naturalmente gestire le vele e la navigazione, il vento sfiora a volte con raffiche violente i 30 nodi alzando sulle prue onde ragguardevoli ma l’equipaggio reagisce bene e dopo 5 giorni ininterrotti di navigazione, questa volta per niente rilassata, giungiamo in vista delle sospirate Tuamotu.
I problemi tuttavia non finiscono qui, ecco che si presenta la prima incognita: la “pass” , infatti le Tuamotu, che in lingua polinesiana significa “ Isole al largo o perdute” e che dai grandi navigatori che per primi scoprirono questo arcipelago il francese Bouganville, l’inglese Cook fu chiamato unanimamente “The dangerous archipelago”, 09-img_2846sono un arcipelago che si estende per circa1000 miglia in direzione Nord Sud, formato da 78 atolli ovvero sottili anelli di barriera corallina coperta da pochi centimetri di acqua a cui si alternano, emergenti dall’acqua per poco meno di un metro, isolotti corallini contornati da bianche spiagge e coperti da alberi di cocco, chiamati in polinesiano“motu”.
All’interno di questi anelli corallini e “motu” si trova la laguna con acque limpide e turchesi che è messa in comunicazione con l’oceano da strette e sinuose aperture chiamate appunto “pass”.
Questi atolli vengono interessati anche da escursioni di marea, a dire il vero abbastanza limitate 20/30 centimetri ma che rivestono un’importanza fondamentale in quanto l’oceano, quando l’alta marea sale, si riversa nella laguna e quando il livello dell’acqua nella laguna scende, per effetto della bassa marea, essa restituisce all’oceano l’acqua versata in precedenza, questo fenomeno si alterna ogni 6 ore vale a dire 4 volte al giorno e tutto questo trasferimento d’acqua scorre appunto dalle aperture sopra descritte: le “pass”, provocando, a secondo delle fasi lunari che come sappiamo

Una laguna nell'atollo di Ahe

Una laguna nell’atollo di Ahe

regolano l’escursione delle maree e della conformazione della stessa, correnti vorticose, veri fiumi che ostacolano o quanto meno disturbano l’ingresso o l’uscita delle imbarcazioni, l’unica possibilità per superare questo ostacolo è durante i momenti di cosidetta “stanca” ovvero quando l’oceano, con l’azione dell’alta marea, ha riempito nelle sei ore sopramenzionate la laguna e la stess
a non ha ancora iniziato, per effetto della successiva bassa marea, a svuotarsi, in questo breve periodo di inversione delle due maree (che non supera la mezz’ora) la corrente cessa ed ecco quindi il momento propizio per entrare o uscire dalla pass, insomma una complicazione enorme soprattutto per me che vengo da un mare : il mediterraneo, dove le maree e le correnti sono per lo più inesistenti e men che meno le “pass”.

tramonto nell'atollo di Apataki

tramonto nell’atollo di Apataki

Quindi munito del libro delle maree che avevo acquistato a Panama non pensando che mi sarebbe venuto utile proprio qui alle Tuamotu e dalle carte nautiche ho cominciato a calcolare gli orari di entrata e di uscita dalle “pass” che oltretutto variano ogni giorno per via sia, come ho già detto, delle fasi lunari che della longitudine, inoltre bisogna tener presente l’orientamento della “pass” in quanto anche l’azione delle onde e del vento ne regola la portata d’acqua e di conseguenza la corrente, insomma un gran casino, anche se il problema visto così sembrerebbe comunque abbastanza risolvibile: basta scegliere l’orientamento favorevole, attendere il momento di “stanca”della marea e il gioco è fatto, e no, ecco che si pone un altro problema, faccio un esempio pratico: se mi devo spostare da un atollo all’altro devo calcolare l’ orario di stanca per uscire dalla pass di quello dove mi trovo ma soprattutto, per non rimanere “scoperto” in oceano, il successivo orario di stanca
per entrare in quella del nuovo atollo che voglio navigare e qui sta una nuova complicazione, per semplificare ulteriormente faccio un altro esempio, ecco quanto mi è successo durante il trasferimento dall’atollo di Ahe a quello di Apataki: le quattro “stanche” di Ahe erano, da libro delle maree, circa (arrotondo l’orario per semplificare il calcolo) alle 05:00, 11:00, 17:00, 23:00 quelle di Apataki 01:00, 07:00, 13:00, 19:00 cominciamo con lo scartare quelle notturne in quanto la navigazione notturna è impossibile perchè sia all’interno degli atolli che nelle pass non esiste segnalazione luminosa quindi rimanevano:

Squali nutrice vengono a riva in attesa di cibo

Squali nutrice vengono a riva in attesa di cibo

per uscire dall’atollo di Ahe le “stanche” diurne delle ore 11:00 e delle 17:00 e per entrare in quello di Apataki quelle, sempre diurne, delle ore 07:00 e delle 13:00; per coprire la distanza tra i due atolli, 32 miglia ca., normalmente alla velocità di 5/6 nodi orari servirebbero approssimativamente dalle 5 alle 6 ore , risulta evidente che non è possibile
passarle ambedue durante la luce del giorno perché se esco da Ahe alle 11:00 non mi è possibile raggiungere Apataki per le 13:00 ovvero in tre ore, quindi scelgo l’unica soluzione rimasta, quella di uscire dalla “pass” di Ahe alle 17:00 per entrare in quella di Apataki alle 07:00 del mattino successivo di conseguenza rimanendo in oceano 14 ore al posto delle 5 o 6 ore normalmente necessarie e per giunta: di notte, in balia di correnti, onde e groppi temporaleschi vari, quindi superata la pass di Ahe mi sono trovato in oceano, ne conviene che per superare le 32 miglia che separano i due atolli nelle 14 ore di intervallo tra le due maree avrei dovuto mantenere una velocità media di circa 3 nodi, cosa che mi avrebbe permesso di arrivare all’alba, giusto in tempo per la “stanca” delle 7 , cosa che si è resa impossibile in quanto la corrente a favore mi ha impedito , pur avendo ridotto al massimo le vele, di mantenere i tre nodi spingendo Sanganeb mio malgrado a 4 nodi e oltre di

il pontile di Apataki carenage

il pontile di Apataki carenage

velocità, quindi arrivati alla pass di Apataki a notte fonda ho dovuto bordeggiare, ridossato per fortuna dall’atollo stesso, fino all’alba, insomma, vi ho sicuramente confuso e annoiato con tutti questi miei calcoli, ebbene, pensate per me quale “stresssss” infinito è stato tutto questo “tribulare” che però è stato ampiamente ripagato, quando superata la “pass” sono entrato nell’atollo e davanti a me, lasciate le onde impetuose dell’oceano, mi è apparsa la visione fantastica del paradiso sulla terra, mare piatto di un turchese mai visto, “motu” di corallo orlati da spiagge di sabbia bianchissima, ricoperti da alberi di cocco e fiori vari, abitate da una moltitudine di uccelli e poi, il mare che non ha paragoni: mante, squali, aquile di mare, trigoni pesci di barriera di ogni tipo che si avvicinano per niente impauriti stazionando sotto la chiglia della barca come per ripararsi dal forte sole equatoriale.
Un’altra particolarità che mi ha attratto di questi atolli è la coltivazione delle perle, che insieme alla raccolta della noce di cocco sono le principali risorse economiche della popolazione che abita questi straordinari atolli.

Squalo pinna nera sotto la barca

Squalo pinna nera sotto la barca

Rispetto ad altri paesi dove la raccolta delle noci di cocco è finalizzata solo all’esportazione del frutto intero qui le noci di cocco vengono raccolte e lavorate, aperte a metà ed estratta la polpa bianca all’interno, quella che noi comunemente mangiamo, viene messa ad essiccare con cura al sole, proteggendole costantemente dall’acqua piovana con tettoie amovibili.
Successivamente dalla polpa bianca essiccata si ottiene la “copra” da cui si estraggono olii e grassi che poi vengono utilizzati in campo farmaceutico, cosmetico ed alimentare.
Più interessante e complessa invece è la coltivazione delle perle, ho avuto la fortuna di visitare nell’atollo di Fakarava, proprio mentre avviavano un ciclo di lavorazione, una di queste “farm” e sono rimasto affascinato da questa scoperta, ho seguito con interesse e curiosità la “creazione” delle perle, seguendone tutte le varie fasi, dalla nascita alla raccolta, in sostanza viene inserito nell’ostrica “matura”, precedentemente allevata in mare, con un accuratezza incredibile da tecnici specializzati (quasi tutti cinesi), un corpo estraneo che serve da “ irritante” in questo caso una “pallina” perfettamente sferica a questo punto l’ostrica, dopo che è stata riposta in mare, per una reazione difensiva secerne della madreperla o nacre che riveste per intero la “pallina” e così in un lasso di tempo che va dai 2 ai 5 anni si forma la perla.10-img_2886
Naturalmente più tempo passa più l’ ostrica ha tempo di produrre la madreperla che ricopre la “pallina” ne consegue che aumentando lo spessore del rivestimento aumenta il valore della perla, che dopo una accurata selezione, più del 50% viene scartata, è classificata commercialmente come “Perla Nera di Thaiti” naturalmente così raccontata sembra tutto semplice ma nei 5 anni di incubazione delle perle in mare queste vengono costantemente controllate per contrastare eventuali parassiti che inficerebbero tutto un lavoro e un conseguente investimento di denaro, è incredibile come la natura possa creare, questa volta con l’aiuto dell’uomo un simile capolavoro.
Anche la navigazione all’interno degli atolli richiede una particolare attenzione in quanto questa è ostacolata da formazioni coralline, chiamate in gergo “teste di corallo o patate“, sempre immerse fino a pochi centimetri dalla superficie, non potendo quindi essere viste se non quando sono molto vicine quasi a portata di chiglia ed a nulla serve il radar o l’ecoscandaglio, per poterle dunque ben individuare e di logica evitare è necessario prendere alcune serie precauzioni:

squalo pinna nera sotto la barca

squalo pinna nera sotto la barca

escludere innanzitutto la navigazione notturna e durante il giorno navigare tenendo il sole rigorosamente sempre alto e alle spalle con qualcuno di vedetta a prua possibilmente in posizione sopraelevata e sempre in allerta cercando di individuare a seconda del colore che assume il mare le probabili teste di corallo, all’uopo mi sono preparato una scala di colori: il blu intenso indica una profondità superiore ai 30 metri, il blu tenue i 20 metri, l’azzurro i 10, il verde smeraldo i 5 metri, il giallo i 3
metri ed il marrone: crash…. un rumore che spero non sentire mai, non sono poche le barche che ci finiscono sopra a queste “teste” e per lo più con danni irreparabili. Io stesso ho assistito, nell’atollo di Apataki, alla disperazione di un navigatore francese che poco distante da me è finito sopra ad una di queste “patate”, sono corso con l’amico Adriano di Freedom II in suo aiuto ma non ho potuto far altro che consolare lo sfortunato e prendere atto dell’importanza delle precauzioni sopra citate.

Noci di cocco ad essiccare per estrarre la copra

Noci di cocco ad essiccare per estrarre la copra

Ma eccoci ora al punto forte delle Tuamotu, almeno per quanto mi riguarda: le immersioni, anche qui le pass rivestono un ruolo importante ma questa volta in positivo, io ho avuto la fortuna, anche per il mio lavoro, di “girare sott’acqua” tutti i mari del mondo ma quello che ho visto nelle pass delle Tuamotu non ha paragoni, non tanto per i colori o per le formazioni coralline ma per il numero generoso di mante, aquile di mare, delfini perfino balene ma soprattutto, la mia passione, gli squali, che necessariamente vi confluiscono e le “pattugliano” come sentinelle per procurarsi il cibo, oltretutto, e qui sta la differenza, la cosa che più mi ha stupito è la naturalezza con cui questi animali si avvicinano ai subaquei senza alcun tipo di diffidenza anzi con curiosità, e la ragione di questo sta nel fatto che gli abitanti di questi atolli, questi magnifici polinesiani da millenni hanno instaurato con gli abitanti del mare un rapporto di convivenza unico, al contrario di
altri paesi, per esempio quelli affacciati sul Mar Rosso, l’ Indonesia, le Maldive ed altri ancora, dove questi animali sono sempre stati l’oggetto di pesca indiscriminata per le solite pinne richieste dai mercati asiatici.
Per quasi due mesi, condividendo con la “mia” Elisabetta queste meravigliose scoperte, ho girovagato in questi seducenti atolli, rimanendo affascinato dai suoi abitanti che come già descritto alle Isole Marchesi sono sempre sorridenti, pronti ad aiutarti, che sempre ti salutano con un “ la ora na” il loro buongiorno, vi sembrerà incredibile ma mi hanno insegnato o quanto meno confermato, alla mia tarda età, come si sta al mondo con il semplice rispetto: del “prossimo” a prescindere dallo stato sociale, degli animali, della natura e il tutto con la massima spontaneità senza nascondersi dietro falsi ideologismi sia ecologici, religiosi che politici, come invece succede nel nostro civilissimo mondo occidentale.

Il pranzo è procurato

Il pranzo è procurato

Lasciate le Tuamotu e per proseguire queste mie scoperte mi attendono questa volta “solo” 200 miglia di navigazione, la prossima meta saranno le Isole della Società con la più grande: Tahiti e la capitale Papeete poi ancora Moorea, Tetiaroa, Raiatea, Tahaa, Huaine, la mitica Bora Bora e la più lontana e misteriosa Maupiti, naturalmente come sempre lasciando di poppa le sfumate albe australi ed inseguendo con la prua gli infuocati tramonti.
Grazie tantissimo per seguirmi, i vostri apprezzati commenti stimolano la mia naturale pigrizia letteraria, chiedo ancora comprensione per gli immancabili strafalcioni ma questo è quanto può uscire dalla mia “penna” un abbraccio a tutti

 

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