Iscriviti alla newsletter di Sanganeb!

Utilizzando questo form puoi iscriverti alla newsletter di Sanganeb. Ricevere le novità e i diari di bordo periodici sono due delle tante cose che si possono ottenere iscrivendosi.
Clicca qui se non vuoi più visualizzare questo messaggio
Navigation Menu
Traversata del Pacifico: Galapagos/Equador – Fatu Hiva/Isole Marchesi/Polinesia Francese

Traversata del Pacifico: Galapagos/Equador – Fatu Hiva/Isole Marchesi/Polinesia Francese

  • Data: 6/06/2016
  • Luogo: Hanavave
  • Miglia Percorse: 11120

10 Maggio 2016

Alle ore 09:00 del mattino lasciamo la baia di Puerto Ayora nell’ isola di Santa Cruz, alle Galapagos, in Equador, alla volta delle Isole Marchesi nella Polinesia Francese. La partenza è solo fisica la mia memoria e il mio cuore sono ancora li, difficile dimenticare le persone, gli animali e la natura che ci hanno tenuto compagnia per 20 giorni in queste uniche e splendide isole, esse rimarranno un ricordo indelebile nella mia memoria ma “I have to go” , la Polinesia, il sogno della mia vita, mi aspetta. Non che sia proprio a portata di mano, infatti 3000 e rotte miglia e oltre 25 giorni di navigazione ininterrotta attraversando quattro fusi orari mi separano da Fatu Hiva la prima e la più ” perduta “delle Isole Marchesi. A tal proposito vi leggo un brano tratto dalla Lonely Planet “Thaiti e la polinesia”:img_7284
Fatu Hiva è uno dei luoghi più remoti ed isolati della terra, persino in quest’epoca di telefonini cellulari e TV satellitare.E’ un posto meraviglioso in cui viene veramente voglia di dire “fermate il mondo voglio scendere”. Arrivando via mare (non esiste pista di atterraggio) preparatevi ad una visione spettacolare: aspre scogliere sferzate dalle onde precipitano a picco nell’oceano, mentre insenature da sogno, come la splendida Baia delle Vergini, interrompono la costa regalando immagini da cartolina illustrata.-
Che dire, dopo questa lettura e dopo aver consultato la carta nautica relativa per valutarne la possibilità, non mi resta che dirigere la prua su Fatu Hiva, esattamente sulla Baia delle Vergini e vedere dal vivo quanto scritto dalla guida della Lonely Planet .
La navigazione per i primi due giorni procede a vela e a motore, bisogna puntare subito a sud per attraversare l’equatore e con esso la zona delle “calme equatoriali”, circa 300 miglia e raggiungere la latitudine di 6 gradi sud dove probabilmente troveremo gli alisei di sud est che spingeranno Sanganeb nella giusta direzione con rotta 270 gradi, ancora una volta verso ovest.

13 Maggio 2016
In effetti, come programmato, il terzo giorno raggiungiamo la fascia degli alisei e volgiamo la prua a ovest dove sospinti da un bel vento di 15/20 nodi, Sanganeb procede veloce ad una media giornaliera di 160 miglia, la navigazione anche se veloce risulta scomoda, le onde al traverso frangono sullo scafo di sinistra con un fragore che non ci permette di riposare dopo gli estenuanti turni di guardia, io alcune volte in cabina ho la sensazione, accompagnata dal timore, che prima o poi si sfasci tutto e addio sogni…, naturalmente tengo per me queste preoccupazioni che sembrano non sfiorare l’equipeggio, comunque è vero che a tutto ci si abitua, le stesse sensazioni le ho avute sia durante la traversata atlantica che durante quella caraibica quindi anche le preoccupazioni scemano col passare dei giorni, Sanganeb sembra che tenga … mah speremm.
In navigazione la notte ha una predominanza assoluta sul giorno, durante i turni di guardia al timone si rimane “soli e nudi” in balia della propria coscienza che ha finalmente il sopravvento sulla routine quotidiana e così si ripassa, come in un film già visto, la nostra esistenza, si rivedono fatti e persone dimenticate o scomparse che hanno segnato la nostra vita, di notte il mare non riflette la nostra immagine, riflette la nostra anima e di notte non serve voltare il viso per nascondere le lacrime, sicuramente questi pensieri si dissolveranno come sempre al primo albeggiare quando il sole avrà come sempre la prevalenza imponendo la routine quotidiana, in attesa così di un’altra magica notte .
Ma il vero protagonista di queste notti è il cielo australe, che ha sempre suscitato in me fin da bambino, un interesse particolare, quasi mistico, vedo per la prima volta le costellazioni del Sud di cui ho sempre letto nei libri di avventura di Melville, Verne ed altri che hanno accompagnato le letture di mare della la mia giovinezza: la mitica Croce del Sud; il Sagittario, costellazione del mio segno zodiacale, l’Alfa Centauri, la stella più luminosa del Centurione. Incredibile quanto possa emozionare la visione di questo cielo stellato.img_7045

14 Maggio 2016
Oggi io e Sanganeb abbiamo festeggiato le nostre prime 20.000 miglia di navigazione insieme, 10.000 delle quali in oceano, un bel successo in 5 anni di convivenza tra alti e bassi, con qualche screzio come si conviene tra innamorati.

15 Maggio 2016
Oggi è Sabato e dopo dieci giorni di assoluta astinenza mi sono fatto una doccia, il risparmio di acqua è importante in una navigazione cosi lunga ed è anche vero che, come in quella battuta di Nino Manfredi in un film di cui non ricordo il titolo, “l’omo vero a da puzzà”, ma qui non devo dimostrare la mia virilità a nessuno e quindi doccia sia, quando ci vuole ci vuole e il Sabato è il giorno più adatto in quanto è la vigilia della Domenica o meglio come dicevano i nostri vecchi: della “festa”. Così mi vengono in mente reminescenze fanciullesche di quando il Sabato con mamma e papà si andava ai bagni pubblici vicino all’Arengario a fare la doccia, abitavamo allora in una vecchia casa di ringhiera in via Moriggia a Monza in pieno centro città sulle rive del fiume Lambro a due passi dalla storica via della Signora, la Monaca di Monza di manzoniana memoria, dove avere un bagno in casa era un lusso per pochi e il cesso era all’esterno della casa. Inoltre sempre di Sabato, giorno dedicato alla pulizia, quando ormai ero grandicello sugli otto anni, mi capitava spesso di andare, durante le vacanze estive quando ero a casa dal collegio, con mio fratello maggiore Giuseppe, che allora possedeva una Fiat 600, a lavare la macchina al canale Villoresi, il naviglio monzese, approfittavo quindi di questa opportunità per fare il bagno settimanale. Nonostante le apprensioni, la mamma mi faceva la borsa con il ricambio pulito, canottiera, mutande, asciugamano, saponetta Palmolive chiusa nell’ immancabile scatoletta di plastica azzurra, e ci salutava con la raccomandazione non molto augurale e fatta soprattutto a mio fratello maggiore , che si assumeva la mia responsabilità, di stare attento alla corrente del canale, che ogni tanto ne trovano qualcuno annegato nelle bocche (tunnel sotterraneo dove il canale passava sotto la strada). E’ li che è nata in me la passione per l’acqua, è in quelle circostanze che ho imparato a nuotare ed ho acquisito la giusta acquaticità che ha poi trasformato questa passione in un lavoro durato tutto una vita.

16 maggio 2016img_7029
Ogni giorno metto due lenze in acqua e immancabilmente abbocca qualcosa di talmente grosso che mi porta via rapalà, calamaro artificiale e relativi 200 metri di cavo, insomma finora solo danni economici e un misero tonnetto di 2 kg. giusto per una pasta al sugo di tonno.
I giorni e le notti passano, la navigazione procede bene il morale a bordo è alto, inoltre mano che ci avviciniamo alla meta la temperatura aumenta anche di notte, non serve più la cerata basta una semplice felpa. Rispetto alla traversata dell’ Atlantico questa del Pacifico, nonostante il continuo ma naturale sballottamento, è uno spasso, speriamo continui così, siamo solo a un terzo di strada

17 Maggio 2016
Premetto che non sono superstizioso ma oggi è un giorno da dimenticare, un vero disastro: il pilota automatico ha smesso di funzionare, ho controllato e ripassato tutto l’impianto e il problema non è meccanico dove io avrei sicuramente potuto intervenire ma elettronico, quindi nulla da fare, tre ore più tardi salta la centralina del dissalatore, si accendono tutti gli allarmi e lampeggia tutto come fossero le luci di un albero di natale, anche qui niente da fare, maledetta elettronica! A questo punto niente più docce neanche di sabato, le stoviglie si laveranno in acqua di mare e basta relax al timone, d’ora in avanti si timona come hai vecchi tempi, con un occhio alla bussola e uno alle vele, ho un altro pilota automatico di rispetto ma preferisco usarlo solo in emergenza. Il vero problema invece sarà quando arriverò alle Isole Tuamotu dove contavo di rimanere almeno un paio di mesi ma in queste isole non esiste, al contrario delle Marchesi e di Taithi, la possibilità di fare acqua, quindi non mi resta che raggiungere al più presto Taithi dove spero di trovare l’assistenza relativa e poi ritornare, navigando controvento, alle Tuamotu, dove nelle pass degli atolli di Fakarawa e di Ranghiroa ci sono le più belle immersioni della Polinesia.

20 Maggio 2016
Finalmente si pesca! Ieri un dorado di 6 kg. oggi dopo che un Marlin mi ha tranciato la lenza con un salto incredibile fuori dall’acqua, ha abboccato un tonno di 9 kg., era proprio ora! Non ne potevo più di fagioli, lenticchie, pasta, patate. Antonella ci preparerà sicuramente dei piatti fantastici! E’ l’unica donna dell’equpeggio e mi ha stupito non solo per l’abilità in cucina, cosa per altro scontata perché ero già stato ospite in Grecia su Narena la barca sua e del marito Giorgio, ma per l’ abilità al timone: ieri ha fatto quattro ore filate al timone senza battere ciglio e senza perdere un grado di rotta.

22 Maggio 2016p1170651
Il vento è girato come previsto a Est abbiamo quindi issato lo spinnaker, una libidine! Basta sbatacchiamenti della randa e del fiocco, causati dalle onde, finalmente silenzio assoluto solo il fruscio di Sanganeb sull’acqua. Non abbiamo più notizie invece delle altre due barche che erano partite dalle Galapagos qualche ora dopo di noi con cui eravamo in contatto radio, misteri dell’etere.

23 Maggio 2016
Non è il 17 ma la sfiga non conosce tregua: si rompe il coperchio del contenitore delle acque nere , risultato: merda da tutte le parti ma dopo due ore di duro lavoro lo ripariamo, il tempo di rilassarmi e qualcuno mi chiama, il frigo ha smesso di funzionare, anche qui dopo un’oretta di lavoro trovo il guasto, un filo staccato, sistemo il tutto e il frigo riprende a funzionare. Infine durante la notte cede la drizza che tiene il lazy bag e visto che di notte, per sicurezza, riduciamo la randa di tre mani il lazy bag serve per l’appunto a contenere quella d’avanzo che altrimenti svolazzerebbe al vento, appena si fa giorno salgo con qualche timore ma ben imbragato in testa d’albero e tra sballottamenti vari sostituisco sia il bozzello, che ha causato la rottura, che la drizza. La causa di queste continue rotture sono il forte ed interrotto sballottamento causato dalle onde. Per questo su una barca i materiali devono essere di qualità eccellente ed i lavori di istallazione non
possono essere affidati a “estranei” ma devono essere fatti da chi poi userà la barca sia per la accuratezza nell’esecuzione dei lavori sia perché questo permette di conoscere a fondo la propria barca così da poter intervenire in caso di rotture

25 Maggio 2016
Mancano 1000 miglia all’arrivo, ormai navighiamo quasi sempre con lo spinnaker di giorno e per sicurezza di notte con le vele bianche. Lo spi è una vela bellissima da vedere ma molto difficile da usare, è una vela libera non ha inferiture, è molto leggera e ha una concavità molto accentuata che le permette di rimanere aperta anche con poco vento, il problema è che se arriva un groppo con relative raffiche di vento il rischio è che si strappi e cada in mare o crei danni alle attrezzature, se il vento al contrario dovesse calare improvvisamente il rischio è che questa cada in acqua sotto la chiglia della barca e allora sì che sono ..zzi, quindi va usata con molta più attenzione delle altre vele.
Il vento è in continuo calo e questo purtroppo fa slittare la previsione di arrivo a Fatu Hiva di almeno tre giorni ma anche questo non è un problema: abbiamo acqua da bere a sufficienza, la cambusa è ben rifornita e peschiamo tonni o dorado quasi tutti i giorni.
Ormai abbiamo preso l’abitudine, per risparmiare l’acqua, di fare la doccia con l’acqua di mare che finalmente, al contrario delle Galapagos, è piacevolmente calda l’unico membro dell’equipeggio un po’ restio a lavarsi è Albania che, a prescindere dall’acqua dolce o salata non ne vuol sapere, così ho dovuto ricorrere alle minacce e gli ho detto che se non si fosse lavato gli avrei passato una mano di antivegetativa per fermare il prolificare di funghi, batteri, e quant’altro si intravvedeva sulla sua pelle, anzi sulla sua crosta! L’argomento è stato convincente e dopo due mesi di assoluta astinenza si è lavato. Adesso il problema sono i vestiti, non so cosa farne: se li butto a mare rischio un disastro ecologico, bruciarli non se ne parla, li ho messi in una sacca stagna poi vedremo. Albania, a parte il problema sopra, è un “bel personaggio” ed io l’ho conosciuto a fine anni 80 in piscina dove lui si era iscritto con Pulcino, altro “personaggio” del mondo di Sanganeb da incorniciare, al corso di sub della mia scuola. Il sopranome Albania è dovuto alla concomitanza del suo arrivo in piscina con lo sbarco in Puglia dei primi profughi albanesi e da allora lui, originario doc. delle Valli Bergamasche ha dovuto subire questo soprannome. Ormai sono anni che mi segue alternativamente per 3/4 mesi all’anno, prima quando facevo charter in Grecia ed ora durante questa mia avventura ed è l’unico, con l’amico Pulcino, che viene in mio aiuto durante il periodo della manutenzione e di sosta a terra di Sanganeb, il tutto a sue spese anzi condividendo alcune volte quelle di Sanganeb. La sua devozione a Sanganeb la potrei riassumere raccontando un fatto accaduto qualche anno fa a Lipsi, un isola dell’ Egeo. Avevo da poco messo in acqua Sanganeb dopo la manutenzione stagionale e mi apprestavo come al solito a fare una uscita di prova prima dell’arrivo dei clienti, da Leros a Lipsi. Arrivati in baia, dopo aver calato l’ancora durante il giro di ispezione mi accorgo che la vasca che raccoglie i liquami del cesso è ostruita e non scarica, comincio di conseguenza nei vari tentativi di liberare l’ostruzione ma niente non c’è verso dopo vari tentativi rinuncio, a questo punto non rimane che sgorgare la vasca rovesciandola in mare e per fare questo bisogna smontarla e portarla in coperta ma qui sorge un altro problema: il peso: la vasca che è satura di liquami ha un volume di 90 litri e in due non ce la faremmo mai a spostare un quintale di peso anzi per essere chiari un quintale di merda traboccante. A questo punto dopo vari ripensamenti non mi resta che una scelta, alleggerirla del contenuto e poi rimuoverla. Qui entra in gioco Albania che sta osservando tutta la scena, io lo guardo in faccia e gli dico se mai da ragazzo avesse travasato benzina dal serbatoio del motorino, lui mi risponde prontamente che non ha mai avuto motorini, io allora aggiungo se lo avesse fatto da una macchina magari rimanendo in strada per mancanza di benzina e avesse dovuto aspirarla da un’altra anche questa volta mi risponde prontamente che non è mai rimasto senza benzina, ..zzo io comincio ad innervosirmi ho trovato davanti a me un uomo perfetto, lui intuisce il mio nervosismo e mi dice che però ha provato a travasare il vino a casa del cognato, bene, bravo aggiungo io e senza mezzi termini gli dico che anche qui è la stessa cosa, l’unica differenza è che dal cognato c’era la damigiana qui un serbatoio di plastica per il resto è tutto uguale. Lui non sembra molto convinto io insisto e gli dico in poche parole che deve aspirare e che in quella vasca c’è anche roba sua quindi di non farsi troppe seghe mentali e di passare all’opera, tagliamo un pezzo di canna dell’acqua e iniziamo le operazioni di aspirazione, Giorgio è un po’ titubante, aspira molla e sputa aspira molla e sputa ma non arriva nulla dopo un po’ spazientito gli dico che andando di questo passo passeremo la notte a fare bollicine e domani arrivano i clienti, quindi di metterci più impegno.

A questo punto lui svuota bene i polmoni e da un bel “tirone” e, come la cascata delle Marmore il giorno dell’apertura stagionale, inondiamo il mare di Lipsi di merda, sul viso di Albania traspare, sputacchiando qua e la, un sorriso di meritata soddisfazione anche se dalla bocca scende qualche rivolo marrone ma il grande risultato ottenuto ci fa trascurare questo particolare, grande Albania01c8779d-53fc-4fe7-8dfc-8f4cd4a7bf5d

26 Maggio 2016
I giorni passano e la meta si avvicina. L’arrivo è previsto, se tutto va bene, per il 2 o il 3 di Giugno e, nonostante i miei cazziatoni, l’equipeggio ha il morale alto, io un po’ di meno pensando alle “ferite” che dovrò curare: dissalatore, pilota automatico, frigo, le cose più importanti, poi un mucchio di piccoli problemi … speriamo mi arrivi qualche amico/cliente per coprire almeno parzialmente le spese. Durante l’issata dello spinnaker ci accorgiamo che all’altezza dell’ala c’è uno strappo e quindi per evitare che si allarghi decido di ammainarlo e di procedere immediatamente alla riparazione, il lavoro non è dei più semplici ma anche qui Antonella si supera rammendandolo alla perfezione.
La cambusa si sta esaurendo ma poco male, ormai mancano pochi giorni e non corriamo il rischio di un digiuno forzato. Emilio, il nostro cuoco di bordo, in questa traversata si è davvero superato, ogni settimana ci prepara gli gnocchi, al pomodoro o al pesto, risotti in tutti i modi, per non parlare delle insalate e delle paste … insomma un vero artista in cucina.

27 Maggio 2016
Nonostante le condizioni di navigazione si presentino ottime io non mi rilasso mai, sto sempre, con la guardia alzata, come un pugile in difesa: ogni giorno controllo il meteo grib e tengo costantemente d’occhio il barometro, questa situazione di calma non mi convince, mi aspetto che da un momento all’altro qualcosa cambi e non in meglio quindi non voglio trovarmi impreparato. Tutto in barca deve funzionare al meglio, bozzelli, scotte, drizze, winch ad ogni cigolio o rumore sospetto intervengo e non mi do pace finché non risolvo il problema, più vado avanti in questa avventura più mi rendo conto che le doti di uno skipper non sono solo quelle di far andare la barca in velocità ma di saper gestire e riparare i guasti che immancabilmente si rilevano ormai quotidianamente, altro che skipper di Coppa America. Naturalmente un po’ di questa tensione la trasmetto all’equipaggio che subisce i miei umori senza batter ciglio, sono veramente straordinari a sopportarmi, anche perché non possono fare altro, scendere dalla barca ora diventa problematico e da queste parti di ammutinamento c’ è n’ è già stato uno, vedi Bounty, e basta e avanza; d’altronde non è una passeggiata, sono 3 mila miglia di oceano da attraversare su una rotta dove praticamente non passa nessuno, in un mese abbiamo incrociato solo un cargo, e noi qui su una barchetta di plastica spinta solo dal vento …
Di esperienze negative poi io ne ho già avute abbastanza ed una in particolare ha lasciato il segno: erano i primi anni 90, avevo pensato di sostituire il mio gommone con una barca rigida così da poterla utilizzare per portare in immersione i miei clienti e amici, allora i diving non esistevano. Come base ero a Rapallo, in Liguria, la cosa funzionava bene, la gente era contenta e io facevo cassa, la barca era un Calafuria 98 di 10 metri con una sola cabina dove alloggiavamo io Elisabetta e i miei due figlioli Marco di 2 e Andrea di 7 anni. Avevo trovato la barca a Livorno, era in secco abbandonata sul molo con il cartello vendesi in bella mostra e sembrava anche in buono stato, mi informo e dopo qualche settimana la barca è di mia proprietà, così fatte le sistemazioni del caso è pronta a navigare. Il lavoro non manca, allora non esistevano “diving center” , la barca naviga a pieno regime, accompagno 12 subacquei in immersione tre volte alla settimana: il sabato sera per la notturna e due immersioni la domenica. La barca sembra navigar bene così decido con tutta la famiglia di trasferirmi per il mese di Agosto in Corsica così da continuare la mia attività subacquea. Prima di partire, anche su consiglio del gestore del porto decido di assicurare la barca su eventuali danni, furti o affondamenti, l’agenzia assicuratrice, vista la vetustà della barca: 22 anni, mi obbliga a mie spese ad una visita periziale della barca anche per quantificarne il valore, il perito arriva, sale a bordo e dopo una superficiale visita si congeda dicendomi che al più presto mi farà avere il risultato della perizia rassicurandomi sulla robustezza e qualità della barca. Parto per la Corsica e dopo 2 giorni di navigazione arrivo a Porto, la barca si comporta abbastanza bene, qualche piccola crepa appare durante la navigazione ma niente di preoccupante vista l’età della barca, poi la visita del perito mi tranquillizza. Andrea e Marco alla loro prima esperienza di navigazione su una barca
sono tranquilli, per loro è una casa, non soffrono il mal di mare e si divertono. Dopo una settimana di immersioni nel Golfo di Porto e nel Parco Marino della Scandola, il 13 di Agosto getto l’ancora nella piccola baia di fronte alla Girolata e come al solito con il gommone di servizio raggiungo il luogo di immersione poco distante, all’uscita dall’immersione Elisabetta, anche lei istruttrice e aiuto fondamentale nella mia attività, raggiunge immediatamente la barca mentre io mi attardo su una vicina spiaggia con gli altri amici subacquei, dopo poco qualcuno mi avvisa che Elisabetta dalla barca sta facendo dei gesti, io controllo ma non mi preoccupo più di tanto, dopo qualche minuto però la scena si ripete e questa volta Elisabetta agita col braccio un oggetto arancione simile ad un salvagente di quelli in dotazione alla barca, capisco che qualcosa non va e parto con il gommone in direzione della barca che dista meno di mezzo miglio e come mi avvicino mi rendo conto della
situazione: vedo la prua della barca insolitamente rivolta verso l’alto e la poppa completamente sommersa, Elisabetta con i bambini è in sicurezza su un gommone, io abbordo la barca, entro all’interno per cercare di recuperare qualcosa, non so neppure io cosa, afferro la macchina fotografica con la borsa degli obbiettivi, ma in quel momento la barca si inabissa, io fuoriesco e rimango li, inebetito e galleggiante come uno stronzo in mezzo ad altre barche che nel frattempo erano sopraggiunte in soccorso e soprattutto per curiosità. E’ una situazione difficile da descrivere, Marco, mio figlio più piccolo vedendomi affondare con la barca, piangendo si è messo a gridare “papà papà”, Andrea è ammutolito, Elisabetta ha uno sguardo disperato ed io non so cosa fare, il viso bagnato non lascia trasparire le lacrime di disperazione, solo io le sento scorrere salate come l’acqua che ha inghiottito la nostra barca portandosela via. Mi si avvicina un distinto signore su un tender, forse l’unico che si accorge della mia disperazione, mi porge la mano, me la stringe con forza e aggiunge in francese: “courage non ami, la vie continue sa famille est la” mi prende a bordo e prima di sbarcarmi mi porge il suo biglietto da visita e mi dice che qualsiasi cosa avessi bisogno di contare su di lui, mi indica il suo yacht ormeggiato li vicino, sul biglietto c’è il nome di un famoso maestro d’orchestra francese. Prendo i miei bimbi con Elisabetta e mi faccio portar via da tutto quel casino che nel frattempo si era creato. Dopo poco mi trovo sul molo del porticciolo di Porto: io, Elisabetta e i miei due bimbi in costume da bagno e privi di tutto, mai come allora la parola “tutto” aveva assunto il suo vero e reale significato, in un attimo il mare aveva inghiottito le mie cose e i miei sogni, mi rimaneva la mia famiglia, mai così unita e la dignità mai persa. Dopo vari mesi di indagini da parte della gendarmeria francese, di accertamenti vari da parte della assicurazione e grazie alla testimonianza del maestro d’orchestra francese, un vero gentiluomo che ho poi ritrovato durante un interrogatorio alla sede della gendarmeria di Ajaccio, ho riavuto dall’assicurazione il rimborso per la perdita dell’imbarcazione, avvenuta come da rapporto della gendarmeria, per la rottura di una presa a mare del motore dovuta ad una grave erosione del metallo causata dall’elettrolisi in atto da mesi e mesi, alla faccia del perito e della sua ignobile valutazione.
Storie di ordinaria follia che mi sovvengono sotto questo straordinario cielo in questa calda notte di luna piena dell’inverno Australe, navigando tra l’ Equatore e il tropico del Capricorno
28 Maggio 2016DCIM100GOPROGOPR5695.
Come prevedevo dopo la calma è arrivata la tempesta in mattinata il cielo si è rabbuiato, il vento ha cominciato a soffiare violento accompagnato da ripetuti scrosci di acqua: burrasca in corso, riduciamo a tre mani la randa ed altrettanto il fiocco appena in tempo per contenere le raffiche a 30 nodi, il mare si ingrossa in un attimo e comincia a biancheggiare, dopo due ore tutto ritorna normale e ne approfittiamo per lavare la barca con i residui della pioggia rimasta sul ponte. La navigazione riprende, 500 miglia ci separano da Fatu Hiva.

30 Maggio
Notte “fantozziana”! Alle quattro del mattino appena assopito vengo svegliato dalle urla di  chi sta facendo il turno di guardia: “il boma è crollato sul ponte della barca, un vero disastro!”, nonostante non sia ancora completamente lucido per via del risveglio improvviso mi rendo conto che il problema è meno grave del previsto, la cima della ritenuta che usiamo per evitare che il fiocco sbatta continuamente, proprio per via dei continui sballottamenti si è insinuata sotto la leva degli stopper liberando cosi la drizza che sostiene la randa, il fatto è successo altre volte ma è sempre stato risolto semplicemente riabbassando la leva dello stopper e prestando maggior attenzione.

Alla randa, per scendere nel modo in cui è scesa ci sono voluti decine di minuti, se non ore, in quanto il vento di poppa facendo forza sulla vela lascata impedisce alla stessa di scendere e questo lo possiamo verificare ogni volta che dobbiamo ridurla con il vento in poppa per prendere le mani di terzaroli. Dunque io mi incazzo non per il fatto in se stesso, perché è vero che le stecche della randa sottoposte ad un simile stress potevano rompersi e causare notevoli guai, ma perché sento dire che il tapino di guardia, che probabilmente nella migliore delle ipotesi dormiva, poteva rischiare di rompersi la testa! Va bene tutto ma trasformare un coglione in eroe non mi sta bene! Magari l’avesse preso sul cranio il boma almeno si sarebbe svegliato! Sistemo tutto e ritorno a dormire sbollendo la rabbia, facciamo turni di guardia di due ore ciascuno per un totale di solo sei ore al giorno, che almeno in quelle ore uno presti attenzione a quello che gli succede intorno visto che alla rotta ci pensa il pilota automatico e ai rimanenti problemi ci penso io. Per intenderci, ci sta che uno abbia momenti di defaiance ma che almeno non faccia la vittima di un destino crudele che si accanisce. A tal proposito mi viene in mente un fatto: ero in Grecia, facevo charter con il primo Sanganeb ed avevo ospiti a bordo, una famiglia inglese composta da padre, madre e tre figli e stavo rientrando alla mia base di Kos da una crociera nelle Sporadi Esterne sulla rotta che dall’isola di Kios porta a quella di Samos. La notte precedente causa una festa patronale nella cittadina capoluogo dell’isola mi ero attardato con la famiglia inglese in una taverna locale esagerando con le libagioni, al mattino la sveglia tiranna aveva comunque trillato alle cinque e trenta ed un po’ assonnato ho salpato l’ancora e mi sono messo al timone, è il mese di Luglio il meltemi che di solito in questa stagione si fa sentire oggi sembra latitare, dunque mare piatto, totale assenza di vento e caldo soffocante, si naviga a motore. La famigliola a bordo dorme, io inserisco il pilota automatico e mi metto a prua nella speranza di prendermi un po’ di aria, ho le spalle coperte dal deck della barca dove sono appoggiato ma ho un’ottima visuale a 180 gradi davanti, non mi appisolo ma ogni tanto socchiudo gli occhi pochi secondi, naturalmente tenendo sempre sotto controllo l’orizzonte davanti a me. In uno di questi momenti di “relax” sento, o almeno mi sembra di sentire un urlo, apro gli occhi e davanti a me a pochi metri si staglia un enorme muro rosso, è il fianco di una nave, una gasiera, mi alzo prontamente vado alle manette e le porto, senza badare agli eventuali danni all’ invertitore, sulla marcia indietro, la gasiera sfila immensa davanti ai miei occhi, evito miracolosamente l’impatto ed entro nel vortice creato dalle eliche della nave, Sanganeb a fatica si divincola dal gorgo ondeggiando e sbattendo in maniera paurosa, tutto questo in pochi secondi. Dopo un po’ arriva Richard, il padre dei tre bimbi con al seguito la famiglia, che mi chiede cosa è successo, io prontamente indicando la nave gli dico che è il solito cargo che crea onde gigantesche ma nessun problema, lui tranquillizzato ritorna a dormire con tutto il seguito. Io no, da quel giorno non ho più dormito per un mese di fila, con incubi continui e col pensiero di quello che poteva accadere, a quella famiglia e a quei bambini se quel misterioso urlo non mi avesse destato dal torpore. Ho analizzato parecchie volte la situazione e la conclusione è semplice: il sonno è fondamentale prima di ogni impegnativa azione sia in mare che altrove, in mare non ci sono strade o sentieri che indicano la via quindi l’attenzione e lo sguardo deve spaziare non come in automobile a 180 gradi davanti ma a 360 gradi intorno a noi. La nave era sopraggiunta alle mie spalle e probabilmente mi aveva chiamato anche per radio sul canale 16 ma io ero a prua e non ho sentito nulla. Oltre all’ottima visuale poi è necessario avere un buon santo protettore o qualcosa di simile che vegli sulle nostre cazzate, comunque al di là delle battute di certo da quel giorno il mio modo di navigare è profondamente cambiato.

31 Maggio 2016dsc_1237
Navighiamo sotto spinnaker da parecchi giorni, temperatura, vento e mare sono ottimali, ed io sono perfino un poco in ansia perché è da due giorni che non si rompe nulla, rimango quindi in trepidante attesa del prossimo inconveniente. Nel frattempo mettiamo in ordine la barca e proprio durante questa operazione mi accorgo che la sentina è allagata, il tubo che collega la pompa acqua di mare al lavandino ha una perdita, adesso mi sento più tranquillo, la sfiga veglia su di me, l’evento è accaduto ma è stato anche risolto. Stiamo navigando sotto Spi quando Giorgio urla qualcosa ed indica con la mano un oggetto strano che galleggia, prendo il binocolo, sembra la sagoma di una balena, prontamente ammainiamo lo Spi e a motore ci dirigiamo verso la sua direzione, è proprio una balena ma il forte odore ci fa intuire che il cetaceo è morto ed è ormai in fase di decomposizione, una bestia magnifica lunga quanto Sanganeb un vero peccato vederla in simili condizioni! Non ci sono segni di ferite o altro che lasci pensare ad una morte violenta, ha concluso probabilmente solo il suo ciclo vitale.
Riprendiamo la navigazione e ricevo via radio una mail da Elisabetta che, anche se questa volta non ha potuto effettuare la traversata completa, si è mobilitata dal suo ufficio per le pratiche di ingresso mie e di Sanganeb in Polinesia contattando il console italiano a Taithi che ha prontamente risposto con l’invio di moduli e informazioni, ha inoltre contattato le assistenze tecniche per la riparazione del dissalatore e dell’auto pilota oltre a tenere i contatti e ad organizzare dall’Italia l’arrivo degli ospiti che verranno a bordo, insomma lontana ma presente e fondamentale. Purtroppo non mi può seguire con costanza in questa “storia” perché come spesso si suole dire: “ qualcuno in famiglia deve pur lavorare per tirare avanti”. Arriverà fra poco alle Marchesi e finalmente avrò al mio fianco una persona con cui condividere le gioie ma anche le responsabilità e i problemi: immensa ed insostituibile Elisabetta!

1 Giugno 2016
Mancano 150 miglia a Fatu Hiva, le altre due barche che erano partite con noi sono avanti e in dirittura di arrivo, noi ce la siamo presa comoda. Io ho preferito fare una rotta che mi portasse subito alla latitudine di 8 gradi sud per avere gli Alisei al lasco prima possibile perché volevo ridurre al minimo la possibilità di trovarmeli di bolina o al traverso e con un’onda di 2/3 metri battente sul fianco. L’andatura di bolina non è molto confacente ad un catamarano e per giunta è scomoda per l’equipaggio e deleteria per Sanganeb, tutto questo ha comportato un allungamento del percorso a vantaggio però della comodità di navigazione, oltretutto questa strategia ci ha messo in condizione di dover usare pochissimo il motore potendo issare anche con poco vento lo spinnaker permettendoci così di mantenere buone medie di percorrenza prendendo 4/5 nodi di velocità con soli 6/7 nodi di vento. Navigare per molti significa lottare contro il tempo, una volta mollati gli ormeggi in porto l’obiettivo è solo uno: arrivare prima possibile! Il naso sempre in alto a guardare il segnavento per coglierne ogni piccola variazione, cazzare, lascare e fare tutte le diavolerie possibili per andare mezzo nodo più veloci non curanti di quello che sta intorno, che stiano attraversando il Pacifico, l’Atlantico o il lago di Garda questo non ha importanza, l’importante è far andare la barca come se fossero sempre in regata. Come direbbe il mio amico Pulcino, grande appassionato di cavalli e aspirante marinaio ” la barca è come un cavallo di razza va fatta correre ma non sfiancata”, ma questi sono solo punti di vista.

2 Giugno 2016ebc39cb1-0212-41c9-9333-ac7a06d266d2
Mancano 50 miglia, fra 11 ore dovremmo giungere a destinazione e questa è probabilmente l’ultima notte di navigazione, comincio a tirare le somme di questa traversata oceanica che tutto sommato non ha riservato grossi imprevisti anzi è andata meglio di quanto pensassi, il Niňo è stato in culla a dormire, l’ Aliseo ci ha accompagnati con il suo soffio sinuoso, alcune volte esuberante ma mai travolgente, l’oceano è stato indulgente e noi non l’abbiamo mai provocato e infine l’equipaggio come al solito è stato ai massimi livelli. Le vere protagoniste della traversata però sono state queste notti fantastiche, hanno scritto con me ogni riga di questo insolito diario di bordo dove tra le note di navigazione si sono incuneate, con un velo nostalgico, un po’ di storie vissute.
Quel bimbo un po’ dislessico con problemi di apprendimento che a piedi nudi nel fango sulla riva del fiume più inquinato d’Italia tra girini e sanguisughe si divertiva, durante le brevi vacanze estive lontano dal collegio, a costruire con il legno di balsa recuperato dalle cassette di frutta, primitive zattere e a farle muovere utilizzando una paletta avvolta in un elastico fissato con due chiodini a poppa, sognando di salirci sopra e fuggire sulla zattera trascinata dalla corrente per dove non si sa ma lontano, via da tutti. Questo bimbo ne ha vista di acqua passare ….., oramai è solo un vecchio un po sordo per via delle “embolie” e dei troppi “tuffi” e forse anche un po rincoglionito perchè si ostina ancora con lo stesso gioco di allora ma soprattutto come allora, non ha mai smesso di sognare…
Sanganeb ancora una volta mi ha accompagnato in questa magnifica avventura, insieme abbiamo attraversato quattro fusi orari e una parte di Oceano Pacifico ma soprattutto mi ha aiutato ad attraversare una parte della mia anima.
E’ l’alba, sono le 6,30 del mattino, in Italia le 18,00, sono trascorsi 23 giorni e abbiamo navigato ininterrottamente con il solo aiuto del vento per 3.050 miglia (5.700 kilometri), quando all’orizzonte soffocata dalle nuvole, si intravede la mole di una montagna che emerge dal mare, l’emozione è forte… è Fatu Hiva, le Marchesi, la Polinesia, il sogno di una vita….

« Ritorna al Diario di Bordo